blanc manger di Ada Boni

20 Gen

giorni fa chiacchieravo, con la mia amica Laura  ed altri amici, di cibo ed altre amenità.

Com’è come non è, si arriva a parlare di quei pesciolini (acciughe piccoline) piccolini,bianchi, che di solito si mangiano fritti.

Chi li chiamava “bianchetti”, chi “neonata”, wikipedia dice “gianchetti”.

Non Laura. Eh no, lei no.
Lei, innocenza sulle gote sue, dichiarò che a Bovalino, il suo paese natale, quelli si chiamano “Bianco Mangiare”.

Ed era anzi stupita, quando le abbiamo rivelato che, nel resto del mondo, Bianco Mangiare (o blanc manger) è un dolce a base di mandorle. Che strano, che bizzarria, si diceva lei, quando tutti sanno (tutti. Perlomeno, a Bovalino) che si tratta di pesce.

Beh, fear no more, Laura e Bovalino tutta.
Non siete voi quelli strani. Non hanno ragione quelli là, del dolce alle mandorle col nome francese (pieno così, a Parigi, di mandorle).

La verità la sa lei, come al solito: lei, Ada Boni nostra.

Blanc-manger all’antica

 [ve lo dico. E’ sempre stato così, fin dall’antichità.

So’ i francesi, ad aver fatto casino]

Questo “blanc – manger” non ha niente o quasi niente [è quel “quasi”, a far Paura, Ada] di comune con il notissimo dolce dello stesso nome. Non è un dolce, ma una composizione delicatissima e nutriente, specialmente adatta per convalescenti o per bambini [io ve lo dico: questa, di solito, è la premessa degli Svuota-Frigo di Ada].

Prendete mezzo petto di pollo, bollito o arrostito, o anche un filetto di tacchino [blanc manger. ‘Mbè? Non è carne bianca, forse?!]. Se userete il pollo privatelo della pelle e mettete in un mortaio [pum!] la sola polpa.

Nel mortaio mettete anche una fetta di vitello arrostito [oh yes, convalescenti, godetevi il mix di carne] ritagliata in dadi; finalmente [olèèèè! Era ora!] aggiungete un pugno di mandorle [giusto per mettere a tacere quei rompiscatole dei francesi] alle quali, col solito procedimento [inettone che non ripassate mai e mi fate sgolare a rispiegare], avrete tolto la pellicola.

Pestate il tutto in modo da ottenere una pasta [o anche, un’orrida poltiglia. Dipende da come la vedete]

Mettete questa pasta in una terrinetta e scioglietela a poco a poco con mezzo litro di buon latte [mica quello che prendete voi al discount, purciare], possibilmente non scremato [e certo. Che è sta magrezza, mo’].

Mettete una forte salvietta [dieci minuti per voi debosciate, acciocché vi interroghiate sul concetto di “forza” associato ad una salvietta] sopra un’altra terrina ben pulita [zozzone] e passate attraverso la salvietta il composto [succo di latte  e mandorle con pollo e vitello: la merenda del campione!]. Quando tutto il liquido sarà colato chiudete la salvietta e strizzate energicamente il contenuto onde spremerne tutta la sostanza [in pratica, latte al brodo. Mmmmm!] 

Raccogliete il liquido ottenuto in una casseruolina, aggiungeteci due cucchiaiate di farina di riso [è roba di convalescenti e di bambini, d’altro canto], mescolate bene per sciogliere ogni cosa e poi mettete la casseruolina sul fuoco, mescolando sempre. Quando vedrete che il liquido incomincia a riprendersi togliete via la casseruolina [Ada, tu ti bulli di me, che non so scrivere – e leggere – “casseruolina”] date un’ultima mescolata e finite il composto [nel senso di:”uccidetelo”] con un pochino di zucchero in polvere (più o meno secondo i gusti) [c’è solo da pregare che quei convalescenti non uscissero da un’influenza intestinale, se no qua si ricomincia]  e un pochino di corteccia grattata di limone [a questo punto, non mi stupirei se intendesse l’albero] che profumerà piacevolmente il composto [che, ricordiamolo, consta di latte, mandorle, pollo, tacchino, vitello e ZUCCHERO]

Bagnate leggermente d’acqua l’interno di una piccola stampa nella quale il composto possa entrare [no, lasciate stare il quadretto di Holly Hobbie in cameretta. Uno stampo per dolci, cretinette], e nella stampa [pronomi, inutile debolezza moderna] versate la composizione.

Lasciate freddare, mettendo la stampa in un luogo fresco [tipo vicino ai cassonetti]  o sul ghiaccio [vi ricordo che, all’epoca in cui Ada scriveva ciò, i frigoriferi non esistevano] e poi sfornare il “blanc – manger”.

Non so voi, ma sento un improvviso moto d’affetto per gli abitanti di Bovalino.

demotivational recipe

4 Gen

Aduccia s’impegnava assai. Ci provava, con tutto il cuore, a insegnare a debosciate sprovvedute, prive del benché minimo forno a mattoni, l’arte della cucina.
Ma poi, ogni tanto, la pazienza scappava pure a lei, e che diamine.
Questa ricetta dimostra chiaramente il suo oscillare tra filantropia e scoraggiamento.

Maionese Economica di Tonno e di Salmone

Volendo preparare una buona maionese [con “maionese” Aduccia intende qualsiasi ricetta accompagnata da maionese.] più economica e più sbrigativa [di una alla pagina precedente, che pure dura 10 righe ed è a base di pollo avanzato. E se non vi sta bene nemmeno questa…] potrete servirvi di due cose: o del tonno sott’olio, o del salmone in scatola. [ce l’hanno pure al discount. Scegliete quello che vi pare, e non mi tediate] Con due ettogrammi o due ettogrammi e mezzo di pancetta di tonno [e non di maiale. Quella è un’altra ricetta]  che, come sapete [seh, come no. Guarda che sguardo vitreo] è la parte più delicata – vi toglierete rapidamente d’impaccio, come pure otterrete un soddisfacente risultato comperando una scatola di salmone in conserva. [tanto ho capito, non c’avete voglia, non avete estro, non vi va di fare niente… almeno la spesa la farete, sì?!] 

Si apre la scatola [pure questo vi devo spiegare, inettone], si rovescia il contenuto in un piatto [no, non potete servirlo in una scatoletta] e si dispone con garbo [ma figurati se sapete farlo] sugli ortaggi della maionese.

Non c’è da fare altro, ché il salmone è già preparato. [pigrone imbranate. Tutto io, devo fare. Odiose inette disattente. Che perdo tempo a fare, con voi]

Povera, povera Ada.

Il Natale del Bar(b)one della Nomentana

22 Dic

Questo post è un regalo di Natale.

Un po’ per tutti, ma un po’ per le due categorie estreme rispetto ad uno scottante argomento:

le decorazioni di Natale.

Una fazione è quella capitanata da Ebenezer Scrooge, quelli che dicono “aaaah, bubbole” (baah, humbug), “è tutta una festa commerciale” “aah, io solo per i bambini, se no manco una pallina sul ficus. mettevo”.

L’altra è quella dei Natalinvasati, quelli che partono il 26 dicembre a fare schemi e piani per le decorazioni dell’anno prossimo, che a giugno tediano i vicini con liete carole in tre lingue, che propongono il Vov come bevanda nazionale e fingono di scandalizzarsi, ma sotto sotto rodono d’invidia, di fronte alle luminarie esagerate di The Great Christmas Light Fight.

Io?!

Io mi colloco in un giusto mezzo, come ben potrete immaginare.

Sono una personcina equilibrata, come sapete, e il fatto che io abbia comprato una lunga fila di palle da “salumiere” (quelle in plasticaccia a buccia d’arancia in colori fluo) appena presi la casa e che, se mai cambierò casa, metterò come conditio sine qua non la presenza di prese elettriche sul balcone, sono piccoli dettagli. tsk.

Comunque, la storia che voglio raccontarvi ha tutto a che fare con il Natale “diverso” e, un po’, con le decorazioni.

Alla Stazione FS Roma Nomentana L. L. (dove “L.L.” sta per “linea lenta”, perché le FS non vogliono illudervi) abita, tutto l’anno, un barbone.

Ha una casa fatta di legno e teli di plastica da serra, ha anche un piccolo caminetto per scaldarsi e cucinare (Aduccia sarebbe fiera) e un gatto ciccione, o almeno, ultimamente si aggirava lì un gatto, dormendo sotto una sedia.
E’ comunque una casa ordinata, lo spazio intorno è curato e pulito. senza odori.

Sta lì da almeno 7 anni, quella casa, ben visibile, il padrone, invece, si nasconde, sta sempre un po’ defilato.

Ma quando si approssima il Natale, qualcosa in lui si smuove.

Comincia ad accumulare carta, lattine, cassette di plastica, rifiuti vari, in un angolo del suo giardinetto, tutti belli impilati tipo tetris.
poi, regolarmente dall’otto dicembre, decora.

Ma mica una cosetta sobria, un alberino con due palline, un babbo Natale tristanzuolo.

Tzè.

Lui è chiaramente della fazione Natalinvasati.

Il primo anno che l’ho visto, aveva fatto una slitta di Babbo Natale in scala 1:1 circondata da lettere ritagliate nel polistirolo: “buon Natale dal Barone della stazione” (si noti, Barone, non barbone. La finezza)

Quest’anno, ha questa cosettina qui, circondata da decorazioni appese fatte con lattine tagliate a spirale.
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Roba che al Rockefeller Center glielo chiederanno l’anno prossimo per metterlo al posto dell’albero.

Sono rimasta sinceramente colpita. Un po’ perché vorrei sapere *chi* o *cosa* si accompagni all’unicorno blu (vedi cartello) – poco distanti c’erano una renna grande, la slitta e alcune renne piccole, ma credo si parlasse d’altro.

E poi perché questo, per me come per molti altri, è stato un anno grigiastro, la voglia di festeggiare sembrava vacillare.
Ma vedere che quest’uomo, che vive sotto un ponte, ama così tanto il Natale e le decorazioni mi ha ridato un po’ di prospettiva.

Così, ho pensato di ringraziarlo: sono andata al supermercato ed ho comprato un po’ di paste pronte liofilizzate (così si preparano facilmente anche solo col caminetto e la pentola dell’acqua), carne e tonno in scatola (ovviamente il frigorifero non c’è), e poi l’occorrente per il pranzo di Natale: cappelletti secchi da fare in brodo, brodo già pronto in brick (…lo uso anche io. Scusa Ada), stinco di maiale precotto sottovuoto, lenticchie (buone anche per Capodanno), torrone tenero e cioccolatini ripieni di cereali.

MustelaPandala mi ha obbligato ad aggiungere un biglietto natalizio carico d’affetto.

Avevo dunque una busta (di quelle riutilizzabili) che pesava quanto un piccolo baobab. In piombo.

Come fare a lasciargliela? Non mi sentivo di chiamarlo e dargliela, lui così schivo e io così’ asocial timida.

Ho deciso quindi di lanciarla al di là della grata.

Scendo dal treno, mi assicuro che tutti vadano via, che il treno riparta, in modo da evitare sguardi indiscreti, e mi preparo al lancio.

Diversi tentativi di lussazione della spalla dopo, capisco che devo arrampicarmi sul muretto, infilare le dita nella grata,salire un altro po’ e lanciare dall’alto.

Unghie spezzate: una sola.

Grugniti stile troll emessi: due o tre

Cadute dal muretto perché il peso della busta mi tirava giù: due

Alla fine, ce l’ho fatta. Missione compiuta.

Mi giro soddisfatta per andare via… e vedo una piccola folla radunata sul binario di fronte, che mi guarda con gli occhi a piattino, fuori dalle orbite.

BUONNATALE, unicorno blu.

Questo post partecipa al blogstorming di dicembre di genitoricrescono

e buon Natale.

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bibite rinfrescanti di Ada Boni

5 Giu

si avvicina il caldo tropicale. Sì, signoramia, siamo passati da “maaaamma mia che freddo, dormo ancora col piumone” ah “maaaamma mia che caldo, più di così non posso spogliarmi”.

E allora?

Vi pare una novità? Una cosa inaspettata?! Ancora che vi lamentate?

No, no, non fate così, viene in vostro soccorso la magnanima Aduccia con due bevande squisite e rinfrescanti, questa volta tratte da un’edizione recente (1999) di Il Talismano della Felicità, quindi priva di tutti quei deliziosi maltrattamenti ai quali Ada ci aveva abituato.

Ma meritano.
Oooh se meritano. Vah, debosciate, seguite le ricette, compratevi gli stecchini con ombrellino e le cannucce pieghevoli e piazzatevi in balcone con aria vissuta. Mi ringrazierete. O voi, o il vostro gastroenterologo.

FLIPS 

(una cosa che ti cappotta, eh, Ada? Roba forte, eh, Ada?! Eh?)

In origine [canticchiatevi da sole l’Aria sulla Quarta Corda, qua c’è l’excursus culturale] il flip era una bevanda a base di birra bollente [birra bollenteeee?! Eh non lo so, Coca – Cola sgasata non c’era?!] mescolata con rum e uova sbattute [beurk]. Se ne otteneva il vellutato (smoothness) [Aduccia, non vorrei dire, ma smoothness non significa “il vellutato”. No, scusa, Ada, hai ragione. Mi taccio.] e la schiuma travasando la bevanda parecchie volte da un recipiente all’altro e da una certa altezza [via! Tutte in cima al dirupo!] . Presentemente il flip si prepara caldo o freddo secondo i gusti [pusillanimi che non vi volete bere la birra bollente e travasata dal dirupo].

Egg Flip Hot (caldo) – Mettete nello shaker [che di sicuro avrete, no? Per fare i cocktail come le brave mogliettine anni ’50, no?! No?!] un uovo fresco sbattuto, una cucchiaiata di zucchero, una punta di cucchiaino di spezie, mescolate [e fin qui è pressoché uno zabaione, Ada, mi piace] e riempite con birra caldissima [Bifidus, scansati, c’è chi fa di meglio].

Travasate più volte in bicchieri caldi [e certo, che, la vuoi freddare?!] affinché la bevanda schiumi. Aromatizzate con noce moscata e servite in un bicchiere a calice [via, come il prosecchino]

Orange Flip (freddo) – Un po’ di ghiaccio tritato nello shaker, una cucchiaiata di zucchero in polvere [niente barbabietole intere, stavolta] un uovo fresco ben sbattuto [inette, che manco sapete sbattere l’uovo], il succo di mezza arancia, un bicchierino di cognac. [e la birra, Ada?! Come dici?! OK, sto zitta, sto]. Chiudete lo shaker e agitate forte. Travasate nel bicchiere, aromatizzate con noce moscata grattugiata e servite con cannuccia. [e questo è uno zabaione freddo, Ada. Come dici?! OK, sto zitta, sto]

Ok, come va? Siete rinfrescate, refrigerate, rinfrancate? No? Ma come no!

E va bene, Aduccia viene in vostro soccorso, proponendovi golose ed appetitose bevande, e stavolta non avrete nemmeno da recriminare: sono fredde, freddissime… a base di gelato!

 

MELTINGS

 

[aspetta un attimo, Ada. ‘sto nome non promette niente di buono. To melt = squagliare. Come dici?! OK, sto zitta, sto]

Si mette in un bicchiere piuttosto alto una certa quantità [tipo mezzo chilo] di gelato: di limone, di fragola, d’arancia, di crema [e insomma metteteci quello che vi pare, pure gusto Puffo, e non mi seccate con queste inezie] e si riempie il bicchiere con acqua semplice [eeeh?! ADAAAA!]  o, secondo i gusti [visto che siete schifiltose e sciogliere il gelato con l’acqua non fa per voi] con soda, seltz, latte [un frappè! yee!] tè freddo, limonata, champagne [tocco di classe! Gelato squagliato con lo champagne!! Parbleu!]. Si lascia fondere il gelato [passarci la fiamma ossidrica, se non fondesse velocemente] e si beve con una cannuccia [obbligatorio. Bere dal bicchiere è per parvenu]

 

Non vi sentite già tutte fresche?
E ringraziate che non vi ha proposto una cioccolata calda!

 

 

 

 

 

liberiamo una ricetta: una cena indimenticabile

31 Gen

Warning: do not try this at home


Ovvero… non ci provate, non siate stolidi come me, non ci provate, certe cose stanno bene nei libri di cucina e basta.

Direte “eeeh, la solita esagerata, lo vedi a farsi bistrattare da Ada Boni? Ormai non ha più fiducia in sè”

No, no, fidatevi. Potete anche chiedere ai miei amici, che sono amici carissimi e preziosissimi anche perchè sono rimasti tali dopo aver partecipato ad una cena… indimenticabile.

Vi racconto la storia.

Era il dicembre 2008, e ad una dabogirl ancora priva di Mustela punge vaghezza di provare una ricetta di cui ha sempre sentito parlare in toni mistici e mitici, tipo fosse il BigFoot delle montagne:

il risotto blu allo spumante con gamberoni

Basta poco, in fondo, che ci vuole? Il risotto normale di solito mi viene benissimo, basterà comprare del colorante alimentare, dello spumante brut (che non mi piace, ma magari da cotto sarà meglio) e dei gamberoni di qualità, belli rossi… no? eh? Facile no?

No? Eh?

Intanto, manteniamo il segreto: nessuno dovrà sapere che si mangerà risotto blu. Li invito e poi BUM! Risotto blu. Secchi. Forte, eh? No? eh?

però non teniamoli del tutto all’oscuro,  i poveri amici, no, dai, coinvolgiamoli!

Chiedere ad un amico di procurarci dei gamberoni rossi, ma rossi belli, eh, col pantone, eh, chè qua siamo gente precisa, e  poi vuoi mettere il bel contrasto di colore col blu del riso.

Ad ogni modo, l’amico in questione (sant’uomo) si fece il giro dei pescivendoli della sua zona, fino a trovare i gamberoni migliori, freschi, non decongelati, grandi, profumati, saporitissimi.

Grigi.

Perchè, come ben saprete, ignorantone che non siete altro, i gamberi diventano rossi da cotti, o da congelati. Non lo sapevate?
Manco io. Ora lo so.
Fatto sta, che quei 12 gamberoni (rossi, e di sapore strepitoso) ci hanno salvato la cena… perchè fosse stato per il riso…

ah, volete gli ingredienti?

a vostro rischio e pericolo, per 6 persone:

  • circa 700 grammi di riso da risotto [e già dal fatto che io non ricordi quale sia il nome del riso da risotto, preannunciava la riuscita del piatto]
  • 12 gamberoni belli rossi (o grigi che diventano rossi. Avete capito)
  • due o tre cucchiai d’olio, per i gamberoni
  • circa 60 grammi di burro, per il riso
  • 1 piccola cipolla
  • colorante alimentare blu, uno o due cucchiai
  • una bottiglia di spumante brut

Notate niente? Manca qualcosa, vero?
Ecco, ORA lo so: manca il brodo, vegetale o fatto con gusci di gambero, ma per l’amor di Dio non vi venga in mente di fare come ho fatto io, ovvero di bagnare il risotto solo  con lo spumante brut.

Che, per inciso, potrei averlo menzionato, ma a me lo spumante brut fa schifissimo.

Se bagnerete il riso solo col brut, come feci io, il riso assumerà il gradevole sapore dell’acido muriatico.

Quindi, ggiovini, fate le brave, mettete solo un bicchierone o due di spumante per sfumare il riso e i gamberoni, e poi giù di brodo.

I vostri amici ve ne saranno grati.

Si inizia il tutto cuocendo i gamberoni con l’olio ed ammirando il passaggio del colore da grigio a rosso vivo.

Sfumate con un po’ di spumante, e toglieteli dal fuoco.

Staccate il fondo di cottura con un po’ di burro e  brodo, fate imbiondire la cipolla e poi unite il riso, tostandolo.

Procedete come un normale risotto, usando come detto brodo e due bicchieri di spumante, non l’intera bottiglia come, cretina, feci io.

Regolate di sale se necessario

A fine cottura mantecate col burro ed aggiungete due cucchiai di colorante alimentare blu.

Ora, per carità, non fate il mio errore e non assaggiate il colorante tal quale, vi colorate la lingua irrimediabilmente ed accoglierete gli ospiti assomigliando pericolosamente alla protagonista di un film horror.

Servite ogni piatto con riso blu e due gamberoni rossi, per un bel contrasto di colore.

A proposito di contrasto colore: ricordatevi che in questa ricetta c’è il colorante alimentare – non mettete a rischio il  vostro servizio di  piatti, usate allegrissimi (e molto chic) piatti di plastica rossa, en pendant coi gamberoni.

Portate in tavola, e godetevi lo sguardo attonito dei presenti.

Il mio amico (il procacciatore di gamberoni) è rimasto 30 secondi con gli occhi sgranati, incredulo, con sottotitolo scorrevole ma che davero devo mangiare un risotto blu?!

Gli altri amici, uguale, e poi giù a ridere, per sfogare l’imbarazzo.

E non vi dico dopo la prima forchettata. Terribile, immangiabile.

E volete sapere perchè questa è la ricetta ideale per questa iniziativa?

Ve lo dice una degli invitati:

Se non è solidale quello……. l’abbiamo mangiato per amore!

Ah, volete una foto del piatto?
Non ce l’ho più, si è persa nei meandri della rete. Accontentatevi di una ricostruzione.

riso (blu) amaro

riso (blu) amaro


Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia.

Questa ricetta la regalo a chi legge.

Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità

(come scherzo, sicuro):

per questo la lascio liberamente andare per il web

Anche quest’anno, come avrete capito, partecipo all’iniziativa #liberericette, una festa tra blogger.

Ci piacerebbe che questo momento di festa e condivisione fosse anche un’occasione di solidarietà. Per questo invitiamo tutti i partecipanti a donare l’equivalente della spesa per il piatto a sostegno delle famiglie rifugiate ospitate dal Centro Astalli di Roma. In questo modo inviteremo a tavola con noi, virtualmente, anche una persona che è dovuta scappare dal suo Paese per fuggire alla guerra e alla persecuzione e che qui in Italia deve ricominciare da zero.

In particolare, ci piacerebbe dotare di stoviglie e pentole le famiglie che vivono nel centro di accoglienza Pedro Arrupe, in via di Villa Spada.

Si può effettuare la donazione tramite bonifico bancario, conto corrente postare o anche online, attraverso Paypal.
Tutti i dettagli qui: http://www.centroastalli.it/index.php?id=532

2013: pochi ma buoni

31 Dic

The WordPress.com stats helper monkeys prepared a 2013 annual report for this blog.

Here’s an excerpt:

A New York City subway train holds 1,200 people. This blog was viewed about 5,900 times in 2013. If it were a NYC subway train, it would take about 5 trips to carry that many people.

Click here to see the complete report.

una joint venture Adesca. (doppio senso. Ahr, ahr)

3 Dic

Siore e siori, non è che qui si batte la fiacca.

cioè, io sì, sì, eccome, ma qualcun altro no:

oggi vi presento una joint venture con Massaie Moderne: non conoscete questa pagina?
Ma correte, debosciate impreparate!!

Come me, Le Massaie sono cultrici della storia culinaria italiana… ma essendo giusto un filo meno cialtrone di me, oltre che molto più dotate manualmente, non si limitano a leggere (e ridere, come faccio io): quelle cucinano. Cucinano vero.

E infatti, ecco qua: direttamente da Preziosa, la rivista diretta da Ada Boni (alla quale ti potevi abbonare, a patto però di portarle i soldi a casuccia sua), in cui si parlava di tutto e non solo di cucina, anno 1934…

Spaghettini all’Ambrosiana

Sembrerebbe quasi impossibile che potessimo

Volete vedere come vengono?
Ecco qui.

<!–more andiamo, seguitemi, vestite come Totò e Peppino a Milano–>

Sembrerebbe quasi impossibile che potessimo ancora darvi una nuova ricetta di pasta asciutta, dopo che, attraverso lunghissimi anni [Ada come Gandalf] abbiamo offerto a voi il possibile e… l’impossibile.

[Non che io voglia bullarmi, eh. Quante ricette avrà scritto, Coso, lì, l’Artusi? …ma no, non voglio infierire]

Eppure, ecco quella che potremmo dire “la realtà romanzesca”, e, conseguentemente, ecco la nuova ricettina, assai facile [perché tanto lo so, che siete incapaci] e veramente gustosa.

Per sei persone tritate nella macchinetta [eccole là, le scionchie, che corrono a tritare carne nella minicar del figlio…] duecento grammi di vitello magro [mi raccomando, eh, magro magro] con cinquanta grammi di prosciutto e cinquanta grammi di pancetta di maiale (ventresca) [ce la volevamo perdere? E’ tutto troppo magro, è tutto troppo milanese. Via, ventresca!] 

Mettete in una casseruola una noce di burro con un piccolo trito di cipolla, carota gialla [arancione non va bene], sedano e prezzemolo e quando il burro sarà sciolto aggiungete l’altro trito di carne, prosciutto e pancetta  [come “altro rispetto a cosa”?! Altro rispetto al trito di verdure, no? Tardone!] 

Lasciate rosolare pian piano ogni cosa, ma senza lasciar troppo colorire, aggiungete un cucchiaino di farina, mescolate, e poi bagnate con mezzo bicchiere di vino bianco secco [ora, avvinazzate che non siete altro, non fate che assaggiate tutta la cantina con la scusa di controllare se sia secco o dolce…] 

Lasciate pian piano evaporare il vino e quando la carne incomincerà nuovamente a soffriggere bagnatela con qualche ramaiolo d’acqua bollente. Coprite la casseruola, diminuite il fuoco, e lasciate cuocere pian piano per una ventina di minuti, fino a che cotesto condimento sia piuttosto addensato [lasciate stare che vi ho fatto lo scherzone di metterci acqua appena s’era addensato, venti minuti fa] 

Mettete allora a cuocere dai sei ai settecento grammi di spaghettini [ini ini. Delicati] 

Intanto mettete sul tagliere un bel ciuffo di prezzemolo,  un’acciuga lavata e spinata [carne, prosciutto, ventresca… e alici! Yum!!] una puntina d’aglio e un pezzetto di corteccia di limone [non l’albero, cretine. Il frutto] senza parte bianca, grande press’a poco come uno dei nostri soldi attuali [forza, tutte su Wikipedia a controllare le dimensioni delle monete in uso nel 1934. Controllo col calibro, sah]

Tritate tutto minutamente [è un po’ il leitmotif di questa ricetta, il tritare] e aggiungete questo trito nella casseruola della carne, tenendola sull’angolo del fornello per cinque minuti [cattiva casseruola! Via, nell’angolo! Faccia al muro!] 

Cotti gli spaghetti scolateli e conditeli con la salsa preparata e abbondante parmigiano grattato.  [e basta, via, servite, non mi scocciate con le vostre domande petulanti. Come sarebbe “perché si chiamano ‘all’ambrosiana’?” Ma non è  ovvio?! Si chiamano così perché… perché… uffa, petulanti impiccioni, lasciatemi stare, via, a cucinare!!]

volete vedere come sono venuti? Ecco qui

Comunque, secondo me, ‘ste massaie hanno fregato, mica ci sono andate, nella minicar, a tritare la carne.

il comfort della leggerezza

12 Ott

E niente, è arrivato l’autunno, non ci possiamo far niente:

cadono le foglie, piove, Mustela s’ammala (no, vabbè, quello lo fa sempre) e fa fredduccino.

Ci vorrebbe una buona minestra, qualcosa di nutriente ma che non appesantisca troppo, adatto alla sera…

Aduccia mia, c’hai qualcosa?

Ma certo che sì!!

Questa volta ci viene in soccorso un piccolo volumetto dell’immediato dopoguerra, “la cucina della massaia”, in cui Ada dispensa consigli di bellezza (oh yes), dietologia (indeed), gestione della casa (Flylady, scansati!) e, ovviamente, cucina.

Eccolo qui, il mio brodino nutriente e leggero e coccoloso. Molto coccoloso.

Piccoli Kraphen in brodo

Non fate quella faccia. Magari intendeva un’altra cosa. E poi “piccoli”, ha detto. Su. Non partite prevenuti.

Eccovi le dosi [e non mi fate perdere tempo con i vostri dubbi insulsi!]: 

100 grammi di farina, un uovo, 20 grammi di burro [vah, poco poco, leggero leggero. Malfidati] 10 grammi di lievito di birra e un pizzico di sale.

[Mi sfuggono gli ingredienti per il brodo, Aduccia…]

[Ancora te?! Ancora te, inutile cialtrona, che non tieni il brodo random in casa?! Ma che parlo a fare?!]

[Scusa Ada. Hai ragione, Ada]

Mettete il lievito in una tazza, stemperatelo con un dito di acqua tiepida e poi impastatelo, servendovi di un cucchiaino, con la quarta parte della farina [vai, facciamo partire il cronometro: quanto ci mettono le impreparate a capire quanta farina? No, niente, non ce la fanno, glielo dico] ossia 25 grammi.

Ne deve risultare una pasta molletta che metterete a lievitare in un luogo tiepido [sentite la temperatura della stanza infilandoci il gomito].

Ponete la rimanente farina sul tavolo, disponetela a fontana e nel vuoto [cosmico delle vostre teste] mettete la noce di burro, il pizzico di sale, e l’uovo intiero.

Quando il lievito [sì, con tutta la pasta intorno, spiritoselle] avrà raddoppiato il suo volume, versatelo nella farina preparata e impastate ogni cosa [anche gli avanzi di ieri] sbattendo con forza [e un po’ di rabbia. Catarsi in cucina!] la pasta sul tavolo fino a che sarà elastica e si staccherà dalle mani e dal tavolo [per paura di altre percosse, povera]. 

Ponete allora la pasta [i pronomi. Inutile debolezza di gente mollacciona] in una terrinetta leggermente infarinata, copritela e lasciatela lievitare in luogo tiepido [misurate di nuovo col gomito] per un paio d’ore [avevate fame? Eh, pazienza]

Trascorso questo tempo rovesciate la pasta sulla tavola infarinata, battetela leggermente col palmo della mano per sgonfiarla [perchè se no tende ad essere troppo sicura di sè: smontatela, quella pasta altezzosa] e poi, aiutandovi con un po’ di farina, stendetela con un rullo di legno allo spessore di mezzo centimetro [vi misuro col laser da geometri, attent’avvoi].

Fate attenzione [incaute] che la pasta, essendo molto molle [e debosciata] tenderà ad attaccarsi o a ritirarsi [paste lunatiche, su rieducational channel!] 

Quando avrete spianata la pasta prendete un tagliapaste rotondo, liscio, del diametro di 3 centimetri scarsi [facciamo 2,87 e non se ne parli più] tagliate tanti dischetti che allineerete su un tovagliolo infarinato, distanti l’uno dall’altro [non danno confidenza, i dischetti]

Rimpastate i ritagli, senza troppo toccarli con le mani [chè noi coi ritagli non ci sporchiamo, tzè, solo pasta principale, noi] ma battendoli col rulletto di legno [come fossero insetti schifosi], impastateli [ma senza toccarli!] spianateli di nuovo e ricavatene altri dischetti, fino ad esaurire tutta la pasta.

Fate lievitare, poi quando i dischetti incominceranno a gonfiare […notate con che finezza fino ad ora Ada non ci abbia ricordato che stiamo preparando delle PASTE DA COLAZIONE, mannaggiallei. Ignare, ci tiene] preparatevi a friggerli. [friggere richiede preparazione. Friggere is a state of mind]

Prendete una piccola casseruola o una padellina a bordi alti [piccina e tenerina. Una cosa innocua] versateci una giusta quantità di olio, o di strutto di maiale [oh yeah, sia gaudio e tripudio in tutto il regno] fate scaldare il grasso [cinque giri di pista dovrebbero bastare] e immergeteci uno o due kraphen alla volta.

Nell’olio caldo i kraphen cominceranno a gonfiare [ancora?!] e raggiungeranno il volume di una noce [parliamone, Ada: partivano da 3 cm di diametro, che noci ci sono, al paese tuo?].

Quando avranno preso un bel color biondo scuro, tirateli su dalla frittura, fateli ben sgocciolare [se no il brodino è pesante, giusto] e manteneteli al caldo.

Distribuiteli poi nelle scodelle e versateci sopra il brodo [randomico] bollente.

Eh. Dischetti di pasta lievitata fritta. La cena del campione. Problemi?! 

Che, cercavate il cappuccino? E magari la crema?!

Tristanzuole banalotte trite e ritrite. 

E senza brodo random.

cinquantuno

7 Ott

Inizio questo post con una grandissima novità inaspettata e scoppiettante:

Mustela Pandala è ammalata.

No, davvero, eh. Sta male.

Certo, non ci ha regalato la corsa in ambulanza (col sedile mio rotto), la tac al cervello e io che fingevo di recitare in ER quando mi parlavano di analisi del liquor (poi non fatta) come lo scorso marzo, eh, ma non è che si può fare il grande show ogni volta.

Stavolta si limita a un banale raffreddore pesantissimo, con picchi di febbre (notturna, se no che gusto c’è) a 38.8, giustificati da Vediamocomeva (la nuova pediatra – Guru è in pensione) con un risolutivo “è delicata”

Però non ha le convulsioni, respira tutto sommato bene, la gola è ok, quindi… mi posso divertire. Diciamo.

Perché la criatura, come nuova divertente feature, ha il delirio.

Inizia cauta, eh, così, per non spaventarti.

Ore 3 del mattino: “mamma, penso che mi sento un po’ calda”  [no amore, è un’impressione, hai trentanove, che sarà mai]

poi, dà il meglio di sè.

___

L’altra sera, prima di andare a nanna, parlavo con Maritemu raccontando che mio nipote è all’ospedale, e che gli stanno facendo le flebo

“Mamma, che cos’è una flebo?” “è quando invece di darti lo sciroppo o di metterti la suppostina, ti mettono un aghetto nella mano e fanno passare da là la medicina… lo hanno fatto anche a te all’ospedale, ricordi?”

[ridendo come una pazza, la voce a paperella, la bocca protrusa tipo ochetta] “ah sì?! Ma io non la vedo! Cov’è la medicina? Cov’è? Cov’è? Non c’è nella mia mano!  Aaaaah, ma forse è qui, nella mia pancia! Aaah!”

___

Ieri notte, alle due, 38.8

Dopo una ingannevole fase normale tipo “mamma, fammi le coccole” “mamma, mettiti vicino a me” [e certo, amore mio, tanto questo divanoletto dove dormo con te per monitorare il febbrone sta spezzando la schiena a me, mica a te]

Mentre io sto dandomi un tono andando a prendere la medicina in fretta, ma non tanto da allarmarla

[aria inquisitoria, severissima] Mamma?!

[intimorita] ssssì?

[sempre severa] Chi ha fatto la casa?!

[incerta] …chi ha fatto…?!

[spazientita] La casa! La casa! Chi ha fatto i muri, il tetto…

[terrorizzata] Ma dici questa casa?!

[modalità adolescente “i miei non mi capiscono”] Eeeeh!

[ridendo, ormai al tracollo emotivo] degli architetti e degli operai taanto tempo fa. Quasi cento anni fa.

[nient’affatto soddisfatta] E chi ha fatto quello quadro?!

[la so! la so!] Nonno

[mo’ ti frego] E chi ha fatto quel mobile coi cd?

[zaaak,  becca e porta a casa]  Degli operai svedesi, ma poi l’abbiamo montato noi.

e a quel punto, prima che si interrogasse su chi aveva fatto il televisore, ché non mi ricordo dove sia la Sony, sono fuggita a prendere la medicina.

Ma mica è tutto, eh no, non la nostra piccola appestata.

A parte frasi random tipo “mamma, ma quello è un ragno, quello lampadario?”, ogni tanto mi rende edotta di cose avvenute non si sa bene quando

“mamma, lo sai che nonna non sente il termòmimo quando fa ti ti ti?” [la nonna non sente il cicalino del termometro che avvisa dell’avvenuta lettura]

“mamma, lo sai che nonna non sente nemmeno il campanello, la musica del telefono, e nemmeno io quando parlo? Io dico ‘non ho fame’ e lei dice ‘sì, ora cucino'” [sì, la nonna perde colpi, ma intanto si precipita qui con niente preavviso da 30 km di distanza a 75 anni. Io me la terrei, che dici, Mustela?]

E poi, i fuochi d’artificio

“mamma, io so contare!”

“bravissima, amore della mamma!”

“sì, senti: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto!”

“e nove e dieci, amore?!”

“no, basta otto” [scialacquatrice di una mamma]

[sempre mentre torno con in mano lo sciroppo antipiretico]

[aria di malcelato orgoglio] “mamma, sai che io so dire una cosa?”

“che cosa, tesoro di mamma?”

“CINQUANTUNO”

“cinquantuno! Però! E’ difficile cinquantuno! Brava amore! Adesso prendi la medici…”

[intuendo che non sto apprezzando a dovere] “ma mamma, io te l’ho detto perché cinquantuno E’ TANTO!”

è vero, amore, cinquantuno è tanto.

Mai come trentottoeotto nel cuore della notte, a quanto pare.

alta cucina, astenersi perditempo

16 Mag

Non mi dite niente.

Facciamo finta di niente e proviamo a ricominciare.

E lo facciamo alla grande, con una ricetta adesca che… insomma, eh, preparatevi, perché ci vuole un certo impegno, non è mica da tutti.

Zuppa di carne in conserva

[sì, insomma, la carne in scatola. Quella che fa rima con emmental, o quella che fa rima con Rin Tin Tin. Problemi? Glielo contestate voi, l’ingrediente cardine, ad Aduccia? Prego]

 

Tra i molti modi di cui [di cui.] ci si può servire della carne conservata in scatoline (manzo uso militare) noi vi consigliamo il seguente che è davvero appetitosissimo [appetitosissimo, v’ho detto. Fidatevi, miscredenti, ché v’ho pure svoltato la cena, voi, che non sapete manco scaldare la pizza]

Le nostre lettrici [mie e tue, Ada? Che cara, ad includermi] provino e rimarranno contente [e se no chiamino il take away cinese, fattacci loro]. 

Per quattro persone mettete in una casseruola un litro scarso di acqua.

Aprite la scatola di carne conservata [Attenzione, questa è tosta; io, fossi in voi, cercherei un tutorial su youtube. Non vi conoscessi, inettone, che se non vi avessi detto di aprirla, la cuocevate con tutta la scatola, sta carne] e versate il contenuto nell’acqua, compreso anche quel po’ di brodo che avvolge la carne [sì, l’orrida gelatina. Pure quella] 

Aggiungete quattro o cinque panini o uno sfilatino piuttosto grossetto [riflettiamo: una scatola di carne quanto potrà contenerne? 150 grammi al massimo, inclusa la gelatina? Bene, mettiamo 150 gr di carne in un litro d’acqua con cinque panini o un filone; non facevamo prima a chiamarla “zuppa di pane”, Ada?] avvertendo [chi?] di rompere il pane in piccoli pezzi [ma no, mangiamo il filone intero ammollato] 

Fate levare il bollore [spostati, bollore!] e con un cucchiaio di legno mescolate di quando in quando in modo da disfare bene la carne e il pane.

Lasciate bollire per circa  un quarto d’ora finché la zuppa sia ben ristretta e ben saporita [mmmm, saporita! una scatoletta di carne in gelatina sepolta nel pane ammollato! mmmm!] 

Verificate allora se c’è bisogno di mettere un po’ di sale, in quanto che [in quanto che!!] la carne in scatola è già di per sé sufficientemente salata [sì tesoro, ma sta sempre in 1 kg di pane mollo] 

Aggiungete un bel pezzetto di burro [oooh, gaudio e tripudio, finalmente] e mescolate ancora affinché il burro si amalgami bene al pane [notate che la pora carne non la nomina manco più lei] 

Tirate indietro la casseruola [se no va nel burrone] e condite la zuppa con due o tre cucchiaiate di parmigiano grattato e, se credete [ci vuole Fede] completatela con un uovo intiero sbattuto leggermente, aggiunta che è utilissima [perché la zuppa di pane e vago aroma di carne in gelatina da sola se no fa schifissimo, lo so] ma non strettamente necessaria [tanto non lo sapete fare, l’uovo sbattuto da mettere nella zuppa, fatemi dare sto contentino…] 

Mescolate di nuovo affinché tutti gli elementi si fondano in un’unica nota profumata […] e promettente […ma non mantenente] e scodellate la zuppa.

Io ve lo dico.

Provateci, ma secondo me questa è un livello troppo alto di cucina, per voi.

 

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