blanc manger di Ada Boni

20 Gen

giorni fa chiacchieravo, con la mia amica Laura  ed altri amici, di cibo ed altre amenità.

Com’è come non è, si arriva a parlare di quei pesciolini (acciughe piccoline) piccolini,bianchi, che di solito si mangiano fritti.

Chi li chiamava “bianchetti”, chi “neonata”, wikipedia dice “gianchetti”.

Non Laura. Eh no, lei no.
Lei, innocenza sulle gote sue, dichiarò che a Bovalino, il suo paese natale, quelli si chiamano “Bianco Mangiare”.

Ed era anzi stupita, quando le abbiamo rivelato che, nel resto del mondo, Bianco Mangiare (o blanc manger) è un dolce a base di mandorle. Che strano, che bizzarria, si diceva lei, quando tutti sanno (tutti. Perlomeno, a Bovalino) che si tratta di pesce.

Beh, fear no more, Laura e Bovalino tutta.
Non siete voi quelli strani. Non hanno ragione quelli là, del dolce alle mandorle col nome francese (pieno così, a Parigi, di mandorle).

La verità la sa lei, come al solito: lei, Ada Boni nostra.

Blanc-manger all’antica

 [ve lo dico. E’ sempre stato così, fin dall’antichità.

So’ i francesi, ad aver fatto casino]

Questo “blanc – manger” non ha niente o quasi niente [è quel “quasi”, a far Paura, Ada] di comune con il notissimo dolce dello stesso nome. Non è un dolce, ma una composizione delicatissima e nutriente, specialmente adatta per convalescenti o per bambini [io ve lo dico: questa, di solito, è la premessa degli Svuota-Frigo di Ada].

Prendete mezzo petto di pollo, bollito o arrostito, o anche un filetto di tacchino [blanc manger. ‘Mbè? Non è carne bianca, forse?!]. Se userete il pollo privatelo della pelle e mettete in un mortaio [pum!] la sola polpa.

Nel mortaio mettete anche una fetta di vitello arrostito [oh yes, convalescenti, godetevi il mix di carne] ritagliata in dadi; finalmente [olèèèè! Era ora!] aggiungete un pugno di mandorle [giusto per mettere a tacere quei rompiscatole dei francesi] alle quali, col solito procedimento [inettone che non ripassate mai e mi fate sgolare a rispiegare], avrete tolto la pellicola.

Pestate il tutto in modo da ottenere una pasta [o anche, un’orrida poltiglia. Dipende da come la vedete]

Mettete questa pasta in una terrinetta e scioglietela a poco a poco con mezzo litro di buon latte [mica quello che prendete voi al discount, purciare], possibilmente non scremato [e certo. Che è sta magrezza, mo’].

Mettete una forte salvietta [dieci minuti per voi debosciate, acciocché vi interroghiate sul concetto di “forza” associato ad una salvietta] sopra un’altra terrina ben pulita [zozzone] e passate attraverso la salvietta il composto [succo di latte  e mandorle con pollo e vitello: la merenda del campione!]. Quando tutto il liquido sarà colato chiudete la salvietta e strizzate energicamente il contenuto onde spremerne tutta la sostanza [in pratica, latte al brodo. Mmmmm!] 

Raccogliete il liquido ottenuto in una casseruolina, aggiungeteci due cucchiaiate di farina di riso [è roba di convalescenti e di bambini, d’altro canto], mescolate bene per sciogliere ogni cosa e poi mettete la casseruolina sul fuoco, mescolando sempre. Quando vedrete che il liquido incomincia a riprendersi togliete via la casseruolina [Ada, tu ti bulli di me, che non so scrivere – e leggere – “casseruolina”] date un’ultima mescolata e finite il composto [nel senso di:”uccidetelo”] con un pochino di zucchero in polvere (più o meno secondo i gusti) [c’è solo da pregare che quei convalescenti non uscissero da un’influenza intestinale, se no qua si ricomincia]  e un pochino di corteccia grattata di limone [a questo punto, non mi stupirei se intendesse l’albero] che profumerà piacevolmente il composto [che, ricordiamolo, consta di latte, mandorle, pollo, tacchino, vitello e ZUCCHERO]

Bagnate leggermente d’acqua l’interno di una piccola stampa nella quale il composto possa entrare [no, lasciate stare il quadretto di Holly Hobbie in cameretta. Uno stampo per dolci, cretinette], e nella stampa [pronomi, inutile debolezza moderna] versate la composizione.

Lasciate freddare, mettendo la stampa in un luogo fresco [tipo vicino ai cassonetti]  o sul ghiaccio [vi ricordo che, all’epoca in cui Ada scriveva ciò, i frigoriferi non esistevano] e poi sfornare il “blanc – manger”.

Non so voi, ma sento un improvviso moto d’affetto per gli abitanti di Bovalino.

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7 Risposte to “blanc manger di Ada Boni”

  1. Lucia 20 gennaio 2015 a 18:28 #

    Salve, sono la saccente medievista che colleziona curiosità medievali e poi le diffonde al prossimo.

    In realtà in origine il biancomangiare era una specie di “stile di cucina”, come per noi potrebbe essere la cugina vegana. Alla base del biancomangiare, c’era il concetto di preparare cibi usando solo ed esclusivamente ingredienti di colore bianco, o comunque molto chiaro: merluzzo, petto di pollo, latte, mandorle, pane bianco (vs. il pane “nero” del popolino), panna, eccetera.
    Veniva considerato un cibo particolarmente sano per tutta una serie di ragioni, tra cui la convinzione, tipica della medicina galenica medievale, che tutta questa abbondanza di bianco, immessa nell’organismo, potesse combattere gli eccessi di bile nera, che causavano nel paziente scompensi e malattie.
    (Sì, lo so, messa così sembra una barzelletta, ma la medicina galenica medievale si basava davvero su questo bizzarro tipo di compensazioni).
    Mangiare “in bianco” quindi era sia una terapia per i pazienti già malati, sia un salutare stile alimentare che si riteneva portasse grandi benefici all’organismo.
    Ma appunto, questo prescindeva dagli ingredienti: basta che fossero bianchi (e/o comunque molto chiari), ed era già biancomangiare.

    In effetti “biancomangiare” si è conservato come nome del dolce con le mandorle, ma originariamente era qualsiasi cosa a base di ingredienti bianchi… pesciolini bianchi inclusi 😉

    • dabogirl 20 gennaio 2015 a 21:51 #

      Ma che meraviglia, grazie Lucia, molto istruttivo!
      Questo spiega anche perché qualcuno, quando sta male, mangia intingoli di burro e formaggio “perché è in bianco”

  2. Scrocknroll 20 gennaio 2015 a 19:02 #

    …ehm..ma Aduccia le assaggiava queste prelibatezze? 😉

    • dabogirl 20 gennaio 2015 a 21:52 #

      Ovvio. Lei, e tutti i convalescenti del paese

  3. mariluf 20 gennaio 2015 a 23:04 #

    Con il nome effettivo di “bianco mangiare”, e poche varianti (niente farina nè zucchero) questo piatto figura in una raccolta di antiche (vecchie?) ricettte regionali tipiche,Pur non conoscendo Ada, io l’ho cucinato, e l’ho trovato gradevole. D’altra parte, l’abbinata pollo-mandorle è quasi un classico.

    • dabogirl 21 gennaio 2015 a 07:59 #

      eh certo, bulliamoci d’aver fatto il pollo alle mandorle ;-)… qua il quid è esattamente la co-presenza di pollo, vitello, latte, farina di riso, limone e zucchero.
      eh.
      son cose

      ps: questa ricetta è degli anni 30, in effetti 🙂

      pps: non conoscendo Adaaaaaa?????!!!! Dietro alla lavagna, presto! 🙂

      • Carlo 5 novembre 2015 a 01:58 #

        Questa ricetta non è degli anni ’30 e neanche di Ada Boni (che l’ha semplicemente riportata coscienziosamente nel suo famoso manuale), ma di molti secoli fa. Pare che stia, pari pari, nel Liber de coquina, di Anonimo, scritto alla corte di Carlo II d’Angiò tra il 1285 ed il 1309. Inoltre, io sono personalmente convinto che sia ricetta ancor più antica, di derivazione bizantina. E’ un fatto che tuttora, a Istanbul (vecchia Bisanzio), si mangia un ottimo dolce circasso fatto sostanzialmente allo stesso modo: il Tavuk Gӧğsű. L’ho mangiato più volte senza riuscire a credere che ci fosse il pollo dentro: sembra un normale budino, dolce. Interessantissimo il commento di Lucia!

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