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Torta quattro quarti

23 Gen

(no, non ero morta)
Oggi ho portato in ufficio una torta per festeggiare il mio compleanno, che è stato qualche giorno fa ma si festeggia a lungo, tipo genetliaco dei regnanti.

Ho fatto una torta quattro quarti che è piaciuta tantissimo, al punto da chiedermi la ricetta…

ed eccola qui, un po’ come l’avrebbe scritta Aduccia. Scusa Ada se ti rubo lo stile. Scusa. Metti giù quella cucchiara.

****

A grande richiesta, la ricetta della Quattro Quarti:

(dose per 8 persone)

 

Preriscaldare il forno a 190° – non ventilato

Pesare 4 uova (col guscio, ovvio) (le avevate rotte, vero?) (ecco, mo’ ve ce voglio, a separa’ tuorli e albumi. Avventati precipitosi).
Segnarsi il peso su un foglietto, ché ve conosco a voi, basta che vi chiamano un attimo ed è la fine, puf, basta, la memoria del pesce rosso.

Pesare ora lo stesso peso delle uova in farina, lo stesso peso delle uova in zucchero, lo stesso peso delle uova in burro.

(quanto pesavano le uova? ‘mbè. Volevo vedere se eravate attenti)

(sì, vi siete mangiati 500 grammi di burro, stamattina. Ma diviso 20 fette fa poco poco. Praticamente, una  ricetta light)

montare a neve fermissima gli albumi, aggiungendo un pizzico di sale e qualche goccia di limone per facilitare l’operazione. “A neve fermissima” significa che, rovesciando la ciotola, gli albumi non devono cadere.

rovesciare la ciotola. Esclamare qualche nome di Santo e Beato a caso quando gli albumi si spatasciano a terra. Riprovare con altri 4 albumi. E via così.

mettere da parte gli albumi finalmente montati (yeah), e nel mixer procedete a montare lo zucchero col burro fuso, poi aggiungere i tuorli, montare un altro po’, infine la farina, montando ancora. Infine, aggiungere gli albumi montati a neve,  con molta delicatezza acciocché (acciocché) non abbiano a smontarsi (se no è tipo un esercizio zen, monta la neve smonta la neve)

a questo punto dividere l’impasto in due ciotole (sì, siamo a quota tre ciotole. Problemi? C’è la lobby delle ciotole, signoramia)
In una delle due aggiungere due cucchiai di cacao, o, se siete cialtroni improvvisati come me, aggiungete due cucchiai di ciobar fondente. Non se ne accorgerà nessuno. Ops, l’ho appena rivelato. Ora dovrò uccidervi.

prendete la tortiera (io uso stampi in silicone, se invece fate gli hipster con la tortiera in metallo ve tocca imburra’ e infarina’. Vedete voi)  e mettete:
nella parte sinistra, metà dell’impasto bianco, e nella parte destra, metà dell’impasto nero (sì, lo so che se ruoti la tortiera sono invertiti, spiritoselli. Era per dire). Ora fate un secondo strato alternato, ovvero, sopra l’impasto bianco mettete quello nero, e sopra quello nero va il bianco (Ebony and Ivory, live together in perfect harmony, side by side in my tortiera rotonda, Oh Lord, why don’t we?)

mettere in forno dieci minuti a 190°, e circa 20 a 160°, ma sorvegliatela a vista, perché tende a diventare carbone in pochissimo, la villanzona.

buon appetito!

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demotivational recipe

4 Gen

Aduccia s’impegnava assai. Ci provava, con tutto il cuore, a insegnare a debosciate sprovvedute, prive del benché minimo forno a mattoni, l’arte della cucina.
Ma poi, ogni tanto, la pazienza scappava pure a lei, e che diamine.
Questa ricetta dimostra chiaramente il suo oscillare tra filantropia e scoraggiamento.

Maionese Economica di Tonno e di Salmone

Volendo preparare una buona maionese [con “maionese” Aduccia intende qualsiasi ricetta accompagnata da maionese.] più economica e più sbrigativa [di una alla pagina precedente, che pure dura 10 righe ed è a base di pollo avanzato. E se non vi sta bene nemmeno questa…] potrete servirvi di due cose: o del tonno sott’olio, o del salmone in scatola. [ce l’hanno pure al discount. Scegliete quello che vi pare, e non mi tediate] Con due ettogrammi o due ettogrammi e mezzo di pancetta di tonno [e non di maiale. Quella è un’altra ricetta]  che, come sapete [seh, come no. Guarda che sguardo vitreo] è la parte più delicata – vi toglierete rapidamente d’impaccio, come pure otterrete un soddisfacente risultato comperando una scatola di salmone in conserva. [tanto ho capito, non c’avete voglia, non avete estro, non vi va di fare niente… almeno la spesa la farete, sì?!] 

Si apre la scatola [pure questo vi devo spiegare, inettone], si rovescia il contenuto in un piatto [no, non potete servirlo in una scatoletta] e si dispone con garbo [ma figurati se sapete farlo] sugli ortaggi della maionese.

Non c’è da fare altro, ché il salmone è già preparato. [pigrone imbranate. Tutto io, devo fare. Odiose inette disattente. Che perdo tempo a fare, con voi]

Povera, povera Ada.

Il Natale del Bar(b)one della Nomentana

22 Dic

Questo post è un regalo di Natale.

Un po’ per tutti, ma un po’ per le due categorie estreme rispetto ad uno scottante argomento:

le decorazioni di Natale.

Una fazione è quella capitanata da Ebenezer Scrooge, quelli che dicono “aaaah, bubbole” (baah, humbug), “è tutta una festa commerciale” “aah, io solo per i bambini, se no manco una pallina sul ficus. mettevo”.

L’altra è quella dei Natalinvasati, quelli che partono il 26 dicembre a fare schemi e piani per le decorazioni dell’anno prossimo, che a giugno tediano i vicini con liete carole in tre lingue, che propongono il Vov come bevanda nazionale e fingono di scandalizzarsi, ma sotto sotto rodono d’invidia, di fronte alle luminarie esagerate di The Great Christmas Light Fight.

Io?!

Io mi colloco in un giusto mezzo, come ben potrete immaginare.

Sono una personcina equilibrata, come sapete, e il fatto che io abbia comprato una lunga fila di palle da “salumiere” (quelle in plasticaccia a buccia d’arancia in colori fluo) appena presi la casa e che, se mai cambierò casa, metterò come conditio sine qua non la presenza di prese elettriche sul balcone, sono piccoli dettagli. tsk.

Comunque, la storia che voglio raccontarvi ha tutto a che fare con il Natale “diverso” e, un po’, con le decorazioni.

Alla Stazione FS Roma Nomentana L. L. (dove “L.L.” sta per “linea lenta”, perché le FS non vogliono illudervi) abita, tutto l’anno, un barbone.

Ha una casa fatta di legno e teli di plastica da serra, ha anche un piccolo caminetto per scaldarsi e cucinare (Aduccia sarebbe fiera) e un gatto ciccione, o almeno, ultimamente si aggirava lì un gatto, dormendo sotto una sedia.
E’ comunque una casa ordinata, lo spazio intorno è curato e pulito. senza odori.

Sta lì da almeno 7 anni, quella casa, ben visibile, il padrone, invece, si nasconde, sta sempre un po’ defilato.

Ma quando si approssima il Natale, qualcosa in lui si smuove.

Comincia ad accumulare carta, lattine, cassette di plastica, rifiuti vari, in un angolo del suo giardinetto, tutti belli impilati tipo tetris.
poi, regolarmente dall’otto dicembre, decora.

Ma mica una cosetta sobria, un alberino con due palline, un babbo Natale tristanzuolo.

Tzè.

Lui è chiaramente della fazione Natalinvasati.

Il primo anno che l’ho visto, aveva fatto una slitta di Babbo Natale in scala 1:1 circondata da lettere ritagliate nel polistirolo: “buon Natale dal Barone della stazione” (si noti, Barone, non barbone. La finezza)

Quest’anno, ha questa cosettina qui, circondata da decorazioni appese fatte con lattine tagliate a spirale.
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Roba che al Rockefeller Center glielo chiederanno l’anno prossimo per metterlo al posto dell’albero.

Sono rimasta sinceramente colpita. Un po’ perché vorrei sapere *chi* o *cosa* si accompagni all’unicorno blu (vedi cartello) – poco distanti c’erano una renna grande, la slitta e alcune renne piccole, ma credo si parlasse d’altro.

E poi perché questo, per me come per molti altri, è stato un anno grigiastro, la voglia di festeggiare sembrava vacillare.
Ma vedere che quest’uomo, che vive sotto un ponte, ama così tanto il Natale e le decorazioni mi ha ridato un po’ di prospettiva.

Così, ho pensato di ringraziarlo: sono andata al supermercato ed ho comprato un po’ di paste pronte liofilizzate (così si preparano facilmente anche solo col caminetto e la pentola dell’acqua), carne e tonno in scatola (ovviamente il frigorifero non c’è), e poi l’occorrente per il pranzo di Natale: cappelletti secchi da fare in brodo, brodo già pronto in brick (…lo uso anche io. Scusa Ada), stinco di maiale precotto sottovuoto, lenticchie (buone anche per Capodanno), torrone tenero e cioccolatini ripieni di cereali.

MustelaPandala mi ha obbligato ad aggiungere un biglietto natalizio carico d’affetto.

Avevo dunque una busta (di quelle riutilizzabili) che pesava quanto un piccolo baobab. In piombo.

Come fare a lasciargliela? Non mi sentivo di chiamarlo e dargliela, lui così schivo e io così’ asocial timida.

Ho deciso quindi di lanciarla al di là della grata.

Scendo dal treno, mi assicuro che tutti vadano via, che il treno riparta, in modo da evitare sguardi indiscreti, e mi preparo al lancio.

Diversi tentativi di lussazione della spalla dopo, capisco che devo arrampicarmi sul muretto, infilare le dita nella grata,salire un altro po’ e lanciare dall’alto.

Unghie spezzate: una sola.

Grugniti stile troll emessi: due o tre

Cadute dal muretto perché il peso della busta mi tirava giù: due

Alla fine, ce l’ho fatta. Missione compiuta.

Mi giro soddisfatta per andare via… e vedo una piccola folla radunata sul binario di fronte, che mi guarda con gli occhi a piattino, fuori dalle orbite.

BUONNATALE, unicorno blu.

Questo post partecipa al blogstorming di dicembre di genitoricrescono

e buon Natale.

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liberiamo una ricetta: una cena indimenticabile

31 Gen

Warning: do not try this at home


Ovvero… non ci provate, non siate stolidi come me, non ci provate, certe cose stanno bene nei libri di cucina e basta.

Direte “eeeh, la solita esagerata, lo vedi a farsi bistrattare da Ada Boni? Ormai non ha più fiducia in sè”

No, no, fidatevi. Potete anche chiedere ai miei amici, che sono amici carissimi e preziosissimi anche perchè sono rimasti tali dopo aver partecipato ad una cena… indimenticabile.

Vi racconto la storia.

Era il dicembre 2008, e ad una dabogirl ancora priva di Mustela punge vaghezza di provare una ricetta di cui ha sempre sentito parlare in toni mistici e mitici, tipo fosse il BigFoot delle montagne:

il risotto blu allo spumante con gamberoni

Basta poco, in fondo, che ci vuole? Il risotto normale di solito mi viene benissimo, basterà comprare del colorante alimentare, dello spumante brut (che non mi piace, ma magari da cotto sarà meglio) e dei gamberoni di qualità, belli rossi… no? eh? Facile no?

No? Eh?

Intanto, manteniamo il segreto: nessuno dovrà sapere che si mangerà risotto blu. Li invito e poi BUM! Risotto blu. Secchi. Forte, eh? No? eh?

però non teniamoli del tutto all’oscuro,  i poveri amici, no, dai, coinvolgiamoli!

Chiedere ad un amico di procurarci dei gamberoni rossi, ma rossi belli, eh, col pantone, eh, chè qua siamo gente precisa, e  poi vuoi mettere il bel contrasto di colore col blu del riso.

Ad ogni modo, l’amico in questione (sant’uomo) si fece il giro dei pescivendoli della sua zona, fino a trovare i gamberoni migliori, freschi, non decongelati, grandi, profumati, saporitissimi.

Grigi.

Perchè, come ben saprete, ignorantone che non siete altro, i gamberi diventano rossi da cotti, o da congelati. Non lo sapevate?
Manco io. Ora lo so.
Fatto sta, che quei 12 gamberoni (rossi, e di sapore strepitoso) ci hanno salvato la cena… perchè fosse stato per il riso…

ah, volete gli ingredienti?

a vostro rischio e pericolo, per 6 persone:

  • circa 700 grammi di riso da risotto [e già dal fatto che io non ricordi quale sia il nome del riso da risotto, preannunciava la riuscita del piatto]
  • 12 gamberoni belli rossi (o grigi che diventano rossi. Avete capito)
  • due o tre cucchiai d’olio, per i gamberoni
  • circa 60 grammi di burro, per il riso
  • 1 piccola cipolla
  • colorante alimentare blu, uno o due cucchiai
  • una bottiglia di spumante brut

Notate niente? Manca qualcosa, vero?
Ecco, ORA lo so: manca il brodo, vegetale o fatto con gusci di gambero, ma per l’amor di Dio non vi venga in mente di fare come ho fatto io, ovvero di bagnare il risotto solo  con lo spumante brut.

Che, per inciso, potrei averlo menzionato, ma a me lo spumante brut fa schifissimo.

Se bagnerete il riso solo col brut, come feci io, il riso assumerà il gradevole sapore dell’acido muriatico.

Quindi, ggiovini, fate le brave, mettete solo un bicchierone o due di spumante per sfumare il riso e i gamberoni, e poi giù di brodo.

I vostri amici ve ne saranno grati.

Si inizia il tutto cuocendo i gamberoni con l’olio ed ammirando il passaggio del colore da grigio a rosso vivo.

Sfumate con un po’ di spumante, e toglieteli dal fuoco.

Staccate il fondo di cottura con un po’ di burro e  brodo, fate imbiondire la cipolla e poi unite il riso, tostandolo.

Procedete come un normale risotto, usando come detto brodo e due bicchieri di spumante, non l’intera bottiglia come, cretina, feci io.

Regolate di sale se necessario

A fine cottura mantecate col burro ed aggiungete due cucchiai di colorante alimentare blu.

Ora, per carità, non fate il mio errore e non assaggiate il colorante tal quale, vi colorate la lingua irrimediabilmente ed accoglierete gli ospiti assomigliando pericolosamente alla protagonista di un film horror.

Servite ogni piatto con riso blu e due gamberoni rossi, per un bel contrasto di colore.

A proposito di contrasto colore: ricordatevi che in questa ricetta c’è il colorante alimentare – non mettete a rischio il  vostro servizio di  piatti, usate allegrissimi (e molto chic) piatti di plastica rossa, en pendant coi gamberoni.

Portate in tavola, e godetevi lo sguardo attonito dei presenti.

Il mio amico (il procacciatore di gamberoni) è rimasto 30 secondi con gli occhi sgranati, incredulo, con sottotitolo scorrevole ma che davero devo mangiare un risotto blu?!

Gli altri amici, uguale, e poi giù a ridere, per sfogare l’imbarazzo.

E non vi dico dopo la prima forchettata. Terribile, immangiabile.

E volete sapere perchè questa è la ricetta ideale per questa iniziativa?

Ve lo dice una degli invitati:

Se non è solidale quello……. l’abbiamo mangiato per amore!

Ah, volete una foto del piatto?
Non ce l’ho più, si è persa nei meandri della rete. Accontentatevi di una ricostruzione.

riso (blu) amaro

riso (blu) amaro


Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia.

Questa ricetta la regalo a chi legge.

Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità

(come scherzo, sicuro):

per questo la lascio liberamente andare per il web

Anche quest’anno, come avrete capito, partecipo all’iniziativa #liberericette, una festa tra blogger.

Ci piacerebbe che questo momento di festa e condivisione fosse anche un’occasione di solidarietà. Per questo invitiamo tutti i partecipanti a donare l’equivalente della spesa per il piatto a sostegno delle famiglie rifugiate ospitate dal Centro Astalli di Roma. In questo modo inviteremo a tavola con noi, virtualmente, anche una persona che è dovuta scappare dal suo Paese per fuggire alla guerra e alla persecuzione e che qui in Italia deve ricominciare da zero.

In particolare, ci piacerebbe dotare di stoviglie e pentole le famiglie che vivono nel centro di accoglienza Pedro Arrupe, in via di Villa Spada.

Si può effettuare la donazione tramite bonifico bancario, conto corrente postare o anche online, attraverso Paypal.
Tutti i dettagli qui: http://www.centroastalli.it/index.php?id=532

2013: pochi ma buoni

31 Dic

The WordPress.com stats helper monkeys prepared a 2013 annual report for this blog.

Here’s an excerpt:

A New York City subway train holds 1,200 people. This blog was viewed about 5,900 times in 2013. If it were a NYC subway train, it would take about 5 trips to carry that many people.

Click here to see the complete report.

2012 in sugna, sudore e risate

31 Dic

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2012 per questo blog.

Ecco un estratto:

4,329 films were submitted to the 2012 Cannes Film Festival. This blog had 15.000 views in 2012. If each view were a film, this blog would power 3 Film Festivals

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

[Benedettava] un Natale Debosciato

24 Dic

Cari tutti

siamo tutti un po’ provati, in questo periodo; in particolare, io provengo da una nottata passata a dormire sul bracciolo di un divano letto da una piazza e mezza al fianco di una malaticcia (in effetti era un po’ che stava bene; che, ti vuoi fare un Natale tranquillo?!) che alterna colpi di tosse sibilante a una crisi d’astinenza degna della migliore Christiane F, in cui si invoca il ciuccio con fare disperato.

Diciamo che, in questo stato, l’idea di preparare un pranzo di Natale mi pare una difficoltà insormontabile; mica sono eroica come certune, io.

In soccorso di noi debosciate scriteriate chi arriva?!
Ma Ada, ovvio.
Aduccia Boni, nelle sue ricette per gente che ha fretta, sull’agenda per la casa della Cigno, anno 1948.

Gente che ha fretta, ma che mica sarà poi così debosciata da non saper presentare un cappone come si deve, no?

Consentitemi una nota seriosa.
Questa  è una ricetta del 1948,  l’Italia non se la passava certo alla grande.

Eppure guardate con che ottimistico piglio Aduccia ha farcito con qualsiasi cosa le capitasse a tiro il povero ignaro cappone.
Ecco, per questo Natale ci auguro di essere così.
Come Ada, non come il cappone.

Cappone Natalizio

Una ricetta… da paura

3 Nov

Halloween è passato da poco… e comunque il clima novembrino ben si presta alle ricette dell’orrore…

e io me la immagino, Aduccia, col sorriso glaciale da Nonnina Omicidi, il grembiulino da cucina candido, col bordino in sangallo inamidato, e in mano un grosso coltellaccio trasudante

sangue e cacca di pollo.

Yum Yum.

Budelline di pollo alla romana

I pollivendoli romani hanno spesso in mostra monticelli di budelline di pollame e generalmente queste budelline sono già aperte e nettate  [che disdetta essere nata nell’epoca sbagliata. Mannaggia. Mi perdo sta visione]

Se così non fosse converrà aprirle e nettarle accuratamente [dici, Ada? Ma no… quel saporuccio rustico… quel curioso ripieno biancastro… mmm]

Giova tenere presente che siccome queste budelline si riducono assai cuocendo, bisogna prenderne in abbondanza [tirchione che lesinate sugli intestini avicoli] calcolandone trecento o quattrocento grammi a persona.

Dopo aver ben nettato le budelline [se continuo a chiamarle col diminutivo forse vi faranno meno schifo] lavatele in più acque [frizzante, liscia, effervescente naturale…] stropicciandole bene tra le mani [e piantatela di far le schifiltose, pusillanimi femminucce!] in modo che risultino bianchissime [e siccome anche il contenuto è bianco, è facile confondersi]

Lasciatele sgocciolare e poi mettetele in una casseruola ricoprendole di acqua. L’acqua deve sopravanzare di circa un centimetro [però la casseruola ha un buco che perde un decilitro d’acqua ogni venti minuti. Dica il candidato… ah no, quello era un altro libro]

Condite con sale, un pochino di cipolla, un pezzettino di sedano e di carota gialla e un po’ di prezzemolo.

Coprite la casseruola [così che chi avesse a passare in cucina non vomiti istantaneamente] e lasciate bollire pian piano fino a che l’acqua sia quasi del tutto evaporata.

Mettete adesso in un’altra casseruola un pezzo di burro [ooh, finalmente, si ragiona] con delle fettine di prosciutto grasso e magro [quello magro lo mettiamo per zittire le solite blogger salutiste] tagliate in listelline e un pochino di cipolla tagliata finissima.

Fate rosolare la cipolla a color d’oro e poi, dopo aver tolto le erbe alle budelline lessate [eh sì, già vi sento… “ma come, tolgo le erbe?! Io volevo mangiare solo quelle…”] travasatele nella nuova casseruola mettendo anche quel po’ di brodo che sarà rimasto dalla cottura [il brodo è imprescindibile, per Ada. Si sa]

Fate insaporire, aggiungete qualche cucchiaiata di salsa di pomodoro o meglio di sugo d’umido [la solita muffa] e lasciate finir di cuocere fino a completa cottura [tautologia unica via] aggiungendo, se fosse necessario, qualche altra cucchiaiata d’acqua.

Ultimatee con un pizzico di pepe e mandatele in tavola [da sole. Voi scappate] facendo servire insieme del parmigiano grattato.

Chè almeno i commensali mangeranno il parmigiano.

ps: si potrà opinare che, in fondo, questa altro  non è che una “pajata” di pollo. Ma, a parte che a me non piace nemmeno la pajata di vitello, c’è da dire che, in quella, ci si possa illudere di star mangiando strani anelli gommosi eppur croccanti farciti di una gradevolissima crema al latte.
Qua, la crema non credo sia altrettanto piacevole.

merenda. Punto. Ada

7 Ott

Oggi mi sono impunemente imbucata  sono stata invitata ad un interessante incontro organizzato da The Talking Village   per Merendineitaliane.it dal titolo

Merenda 2.0

C’erano degli esperti con cui confrontarsi e discutere i risultati di un sondaggio online sul tema (peraltro, arrivo e ripiombo nel 1999, quando ancora facevo l’assistente / studente all’università e ero in stanza con la Prof.  Anna Maria Ajello)

C’erano un sacco di blogger serie, di mamme attente, e di foodblogger coi contro fiocchi.

E poi c’ero io. Così. Quasi per caso. Coi biglietti fatti a manella.

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che per una volta mi sono beata nel ruolo della rispondente invece che in quello della ricercatrice, anche se poi nei brainstorming, a parte il tweet selvaggio, la seria pissssicologa del marketing che si cela bene dentro di me fa capolino.

Io, che ho dato al mondo perle come “le merendine hanno un po’ tutte lo stesso sapore” “i flauti hanno copiato la kinder brioss” (questa in polemica con maritemu, che se li compra sempre) “mettete dei video sulla filiera sul sito” e altre amenità (stavo per aggiungere anche qualcosa sulle mezze stagioni, ma è finito il tempo)

Io, che ho visto e rivisto amichette reali e virtuali…

Che ho detto al cameriere “per favore, mi dia tante verdure, come se non ci fosse un domani” e mi ha preso sul serio.

C’era pure Mustela, che dopo giorni di training tipo “tu vai a giocare al museo, io vado a fare una cosa noiosa (…mentirosa!)” sì e no che mi ha salutato e poi, quando l’ho incrociata a pranzo, mi ha detto

“Mamma, io devo mangiare il secondo, poi dopo (con dito a mulinello) vado al camion dei pom’ieri” [ciao, eh, tante care cose]

E poi dopo s’è spetasciata a terra senza proferire verbo e produrre lacrima, ben felice del zerotto sul braccio abraso

Nel corso dell’interessante dibattito, è saltata la proposta di una merenda che sia sì sana, sì golosa, ma un po’ salata.

E chi ve lo risolve il problema?

Ma Ada, ça va sans dire

Merenda Adesca

dabogirl risponde/6

25 Mag

Caro utente che mi trovi (misteri di google) cercando infinite variazioni sul tema

“come faccio a portarmi una escort in albergo?”

MA LA PIANTI?! ormai dovrebbe esserti chiaro come fare o, perlomeno, dovresti evitare questa coazione a ripetere che ti porta sul mio blog a cercare notizie su un tema che non tratto…

ma dabogirl è magnanima.

Si fa così.

Si evita di andare alla pensione “la Peppina e so’ mari'”

Si chiede al portiere se ha un nome di una simpatica signora che si svende.

Alternativamente:

Si trova su internet il nome di una svendita di signore.

Si fa il check in in albergo, e poi ci si dà appuntamento con la signora di cui sopra.

…e chiediamoci perché hai bisogno di pagare per far sesso, visto che cerchi su un blog che parla di appestate, flylady, tv e sugna come farlo.