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blanc manger di Ada Boni

20 Gen

giorni fa chiacchieravo, con la mia amica Laura  ed altri amici, di cibo ed altre amenità.

Com’è come non è, si arriva a parlare di quei pesciolini (acciughe piccoline) piccolini,bianchi, che di solito si mangiano fritti.

Chi li chiamava “bianchetti”, chi “neonata”, wikipedia dice “gianchetti”.

Non Laura. Eh no, lei no.
Lei, innocenza sulle gote sue, dichiarò che a Bovalino, il suo paese natale, quelli si chiamano “Bianco Mangiare”.

Ed era anzi stupita, quando le abbiamo rivelato che, nel resto del mondo, Bianco Mangiare (o blanc manger) è un dolce a base di mandorle. Che strano, che bizzarria, si diceva lei, quando tutti sanno (tutti. Perlomeno, a Bovalino) che si tratta di pesce.

Beh, fear no more, Laura e Bovalino tutta.
Non siete voi quelli strani. Non hanno ragione quelli là, del dolce alle mandorle col nome francese (pieno così, a Parigi, di mandorle).

La verità la sa lei, come al solito: lei, Ada Boni nostra.

Blanc-manger all’antica

 [ve lo dico. E’ sempre stato così, fin dall’antichità.

So’ i francesi, ad aver fatto casino]

Questo “blanc – manger” non ha niente o quasi niente [è quel “quasi”, a far Paura, Ada] di comune con il notissimo dolce dello stesso nome. Non è un dolce, ma una composizione delicatissima e nutriente, specialmente adatta per convalescenti o per bambini [io ve lo dico: questa, di solito, è la premessa degli Svuota-Frigo di Ada].

Prendete mezzo petto di pollo, bollito o arrostito, o anche un filetto di tacchino [blanc manger. ‘Mbè? Non è carne bianca, forse?!]. Se userete il pollo privatelo della pelle e mettete in un mortaio [pum!] la sola polpa.

Nel mortaio mettete anche una fetta di vitello arrostito [oh yes, convalescenti, godetevi il mix di carne] ritagliata in dadi; finalmente [olèèèè! Era ora!] aggiungete un pugno di mandorle [giusto per mettere a tacere quei rompiscatole dei francesi] alle quali, col solito procedimento [inettone che non ripassate mai e mi fate sgolare a rispiegare], avrete tolto la pellicola.

Pestate il tutto in modo da ottenere una pasta [o anche, un’orrida poltiglia. Dipende da come la vedete]

Mettete questa pasta in una terrinetta e scioglietela a poco a poco con mezzo litro di buon latte [mica quello che prendete voi al discount, purciare], possibilmente non scremato [e certo. Che è sta magrezza, mo’].

Mettete una forte salvietta [dieci minuti per voi debosciate, acciocché vi interroghiate sul concetto di “forza” associato ad una salvietta] sopra un’altra terrina ben pulita [zozzone] e passate attraverso la salvietta il composto [succo di latte  e mandorle con pollo e vitello: la merenda del campione!]. Quando tutto il liquido sarà colato chiudete la salvietta e strizzate energicamente il contenuto onde spremerne tutta la sostanza [in pratica, latte al brodo. Mmmmm!] 

Raccogliete il liquido ottenuto in una casseruolina, aggiungeteci due cucchiaiate di farina di riso [è roba di convalescenti e di bambini, d’altro canto], mescolate bene per sciogliere ogni cosa e poi mettete la casseruolina sul fuoco, mescolando sempre. Quando vedrete che il liquido incomincia a riprendersi togliete via la casseruolina [Ada, tu ti bulli di me, che non so scrivere – e leggere – “casseruolina”] date un’ultima mescolata e finite il composto [nel senso di:”uccidetelo”] con un pochino di zucchero in polvere (più o meno secondo i gusti) [c’è solo da pregare che quei convalescenti non uscissero da un’influenza intestinale, se no qua si ricomincia]  e un pochino di corteccia grattata di limone [a questo punto, non mi stupirei se intendesse l’albero] che profumerà piacevolmente il composto [che, ricordiamolo, consta di latte, mandorle, pollo, tacchino, vitello e ZUCCHERO]

Bagnate leggermente d’acqua l’interno di una piccola stampa nella quale il composto possa entrare [no, lasciate stare il quadretto di Holly Hobbie in cameretta. Uno stampo per dolci, cretinette], e nella stampa [pronomi, inutile debolezza moderna] versate la composizione.

Lasciate freddare, mettendo la stampa in un luogo fresco [tipo vicino ai cassonetti]  o sul ghiaccio [vi ricordo che, all’epoca in cui Ada scriveva ciò, i frigoriferi non esistevano] e poi sfornare il “blanc – manger”.

Non so voi, ma sento un improvviso moto d’affetto per gli abitanti di Bovalino.

demotivational recipe

4 Gen

Aduccia s’impegnava assai. Ci provava, con tutto il cuore, a insegnare a debosciate sprovvedute, prive del benché minimo forno a mattoni, l’arte della cucina.
Ma poi, ogni tanto, la pazienza scappava pure a lei, e che diamine.
Questa ricetta dimostra chiaramente il suo oscillare tra filantropia e scoraggiamento.

Maionese Economica di Tonno e di Salmone

Volendo preparare una buona maionese [con “maionese” Aduccia intende qualsiasi ricetta accompagnata da maionese.] più economica e più sbrigativa [di una alla pagina precedente, che pure dura 10 righe ed è a base di pollo avanzato. E se non vi sta bene nemmeno questa…] potrete servirvi di due cose: o del tonno sott’olio, o del salmone in scatola. [ce l’hanno pure al discount. Scegliete quello che vi pare, e non mi tediate] Con due ettogrammi o due ettogrammi e mezzo di pancetta di tonno [e non di maiale. Quella è un’altra ricetta]  che, come sapete [seh, come no. Guarda che sguardo vitreo] è la parte più delicata – vi toglierete rapidamente d’impaccio, come pure otterrete un soddisfacente risultato comperando una scatola di salmone in conserva. [tanto ho capito, non c’avete voglia, non avete estro, non vi va di fare niente… almeno la spesa la farete, sì?!] 

Si apre la scatola [pure questo vi devo spiegare, inettone], si rovescia il contenuto in un piatto [no, non potete servirlo in una scatoletta] e si dispone con garbo [ma figurati se sapete farlo] sugli ortaggi della maionese.

Non c’è da fare altro, ché il salmone è già preparato. [pigrone imbranate. Tutto io, devo fare. Odiose inette disattente. Che perdo tempo a fare, con voi]

Povera, povera Ada.

bibite rinfrescanti di Ada Boni

5 Giu

si avvicina il caldo tropicale. Sì, signoramia, siamo passati da “maaaamma mia che freddo, dormo ancora col piumone” ah “maaaamma mia che caldo, più di così non posso spogliarmi”.

E allora?

Vi pare una novità? Una cosa inaspettata?! Ancora che vi lamentate?

No, no, non fate così, viene in vostro soccorso la magnanima Aduccia con due bevande squisite e rinfrescanti, questa volta tratte da un’edizione recente (1999) di Il Talismano della Felicità, quindi priva di tutti quei deliziosi maltrattamenti ai quali Ada ci aveva abituato.

Ma meritano.
Oooh se meritano. Vah, debosciate, seguite le ricette, compratevi gli stecchini con ombrellino e le cannucce pieghevoli e piazzatevi in balcone con aria vissuta. Mi ringrazierete. O voi, o il vostro gastroenterologo.

FLIPS 

(una cosa che ti cappotta, eh, Ada? Roba forte, eh, Ada?! Eh?)

In origine [canticchiatevi da sole l’Aria sulla Quarta Corda, qua c’è l’excursus culturale] il flip era una bevanda a base di birra bollente [birra bollenteeee?! Eh non lo so, Coca – Cola sgasata non c’era?!] mescolata con rum e uova sbattute [beurk]. Se ne otteneva il vellutato (smoothness) [Aduccia, non vorrei dire, ma smoothness non significa “il vellutato”. No, scusa, Ada, hai ragione. Mi taccio.] e la schiuma travasando la bevanda parecchie volte da un recipiente all’altro e da una certa altezza [via! Tutte in cima al dirupo!] . Presentemente il flip si prepara caldo o freddo secondo i gusti [pusillanimi che non vi volete bere la birra bollente e travasata dal dirupo].

Egg Flip Hot (caldo) – Mettete nello shaker [che di sicuro avrete, no? Per fare i cocktail come le brave mogliettine anni ’50, no?! No?!] un uovo fresco sbattuto, una cucchiaiata di zucchero, una punta di cucchiaino di spezie, mescolate [e fin qui è pressoché uno zabaione, Ada, mi piace] e riempite con birra caldissima [Bifidus, scansati, c’è chi fa di meglio].

Travasate più volte in bicchieri caldi [e certo, che, la vuoi freddare?!] affinché la bevanda schiumi. Aromatizzate con noce moscata e servite in un bicchiere a calice [via, come il prosecchino]

Orange Flip (freddo) – Un po’ di ghiaccio tritato nello shaker, una cucchiaiata di zucchero in polvere [niente barbabietole intere, stavolta] un uovo fresco ben sbattuto [inette, che manco sapete sbattere l’uovo], il succo di mezza arancia, un bicchierino di cognac. [e la birra, Ada?! Come dici?! OK, sto zitta, sto]. Chiudete lo shaker e agitate forte. Travasate nel bicchiere, aromatizzate con noce moscata grattugiata e servite con cannuccia. [e questo è uno zabaione freddo, Ada. Come dici?! OK, sto zitta, sto]

Ok, come va? Siete rinfrescate, refrigerate, rinfrancate? No? Ma come no!

E va bene, Aduccia viene in vostro soccorso, proponendovi golose ed appetitose bevande, e stavolta non avrete nemmeno da recriminare: sono fredde, freddissime… a base di gelato!

 

MELTINGS

 

[aspetta un attimo, Ada. ‘sto nome non promette niente di buono. To melt = squagliare. Come dici?! OK, sto zitta, sto]

Si mette in un bicchiere piuttosto alto una certa quantità [tipo mezzo chilo] di gelato: di limone, di fragola, d’arancia, di crema [e insomma metteteci quello che vi pare, pure gusto Puffo, e non mi seccate con queste inezie] e si riempie il bicchiere con acqua semplice [eeeh?! ADAAAA!]  o, secondo i gusti [visto che siete schifiltose e sciogliere il gelato con l’acqua non fa per voi] con soda, seltz, latte [un frappè! yee!] tè freddo, limonata, champagne [tocco di classe! Gelato squagliato con lo champagne!! Parbleu!]. Si lascia fondere il gelato [passarci la fiamma ossidrica, se non fondesse velocemente] e si beve con una cannuccia [obbligatorio. Bere dal bicchiere è per parvenu]

 

Non vi sentite già tutte fresche?
E ringraziate che non vi ha proposto una cioccolata calda!

 

 

 

 

 

il comfort della leggerezza

12 Ott

E niente, è arrivato l’autunno, non ci possiamo far niente:

cadono le foglie, piove, Mustela s’ammala (no, vabbè, quello lo fa sempre) e fa fredduccino.

Ci vorrebbe una buona minestra, qualcosa di nutriente ma che non appesantisca troppo, adatto alla sera…

Aduccia mia, c’hai qualcosa?

Ma certo che sì!!

Questa volta ci viene in soccorso un piccolo volumetto dell’immediato dopoguerra, “la cucina della massaia”, in cui Ada dispensa consigli di bellezza (oh yes), dietologia (indeed), gestione della casa (Flylady, scansati!) e, ovviamente, cucina.

Eccolo qui, il mio brodino nutriente e leggero e coccoloso. Molto coccoloso.

Piccoli Kraphen in brodo

Non fate quella faccia. Magari intendeva un’altra cosa. E poi “piccoli”, ha detto. Su. Non partite prevenuti.

Eccovi le dosi [e non mi fate perdere tempo con i vostri dubbi insulsi!]: 

100 grammi di farina, un uovo, 20 grammi di burro [vah, poco poco, leggero leggero. Malfidati] 10 grammi di lievito di birra e un pizzico di sale.

[Mi sfuggono gli ingredienti per il brodo, Aduccia…]

[Ancora te?! Ancora te, inutile cialtrona, che non tieni il brodo random in casa?! Ma che parlo a fare?!]

[Scusa Ada. Hai ragione, Ada]

Mettete il lievito in una tazza, stemperatelo con un dito di acqua tiepida e poi impastatelo, servendovi di un cucchiaino, con la quarta parte della farina [vai, facciamo partire il cronometro: quanto ci mettono le impreparate a capire quanta farina? No, niente, non ce la fanno, glielo dico] ossia 25 grammi.

Ne deve risultare una pasta molletta che metterete a lievitare in un luogo tiepido [sentite la temperatura della stanza infilandoci il gomito].

Ponete la rimanente farina sul tavolo, disponetela a fontana e nel vuoto [cosmico delle vostre teste] mettete la noce di burro, il pizzico di sale, e l’uovo intiero.

Quando il lievito [sì, con tutta la pasta intorno, spiritoselle] avrà raddoppiato il suo volume, versatelo nella farina preparata e impastate ogni cosa [anche gli avanzi di ieri] sbattendo con forza [e un po’ di rabbia. Catarsi in cucina!] la pasta sul tavolo fino a che sarà elastica e si staccherà dalle mani e dal tavolo [per paura di altre percosse, povera]. 

Ponete allora la pasta [i pronomi. Inutile debolezza di gente mollacciona] in una terrinetta leggermente infarinata, copritela e lasciatela lievitare in luogo tiepido [misurate di nuovo col gomito] per un paio d’ore [avevate fame? Eh, pazienza]

Trascorso questo tempo rovesciate la pasta sulla tavola infarinata, battetela leggermente col palmo della mano per sgonfiarla [perchè se no tende ad essere troppo sicura di sè: smontatela, quella pasta altezzosa] e poi, aiutandovi con un po’ di farina, stendetela con un rullo di legno allo spessore di mezzo centimetro [vi misuro col laser da geometri, attent’avvoi].

Fate attenzione [incaute] che la pasta, essendo molto molle [e debosciata] tenderà ad attaccarsi o a ritirarsi [paste lunatiche, su rieducational channel!] 

Quando avrete spianata la pasta prendete un tagliapaste rotondo, liscio, del diametro di 3 centimetri scarsi [facciamo 2,87 e non se ne parli più] tagliate tanti dischetti che allineerete su un tovagliolo infarinato, distanti l’uno dall’altro [non danno confidenza, i dischetti]

Rimpastate i ritagli, senza troppo toccarli con le mani [chè noi coi ritagli non ci sporchiamo, tzè, solo pasta principale, noi] ma battendoli col rulletto di legno [come fossero insetti schifosi], impastateli [ma senza toccarli!] spianateli di nuovo e ricavatene altri dischetti, fino ad esaurire tutta la pasta.

Fate lievitare, poi quando i dischetti incominceranno a gonfiare […notate con che finezza fino ad ora Ada non ci abbia ricordato che stiamo preparando delle PASTE DA COLAZIONE, mannaggiallei. Ignare, ci tiene] preparatevi a friggerli. [friggere richiede preparazione. Friggere is a state of mind]

Prendete una piccola casseruola o una padellina a bordi alti [piccina e tenerina. Una cosa innocua] versateci una giusta quantità di olio, o di strutto di maiale [oh yeah, sia gaudio e tripudio in tutto il regno] fate scaldare il grasso [cinque giri di pista dovrebbero bastare] e immergeteci uno o due kraphen alla volta.

Nell’olio caldo i kraphen cominceranno a gonfiare [ancora?!] e raggiungeranno il volume di una noce [parliamone, Ada: partivano da 3 cm di diametro, che noci ci sono, al paese tuo?].

Quando avranno preso un bel color biondo scuro, tirateli su dalla frittura, fateli ben sgocciolare [se no il brodino è pesante, giusto] e manteneteli al caldo.

Distribuiteli poi nelle scodelle e versateci sopra il brodo [randomico] bollente.

Eh. Dischetti di pasta lievitata fritta. La cena del campione. Problemi?! 

Che, cercavate il cappuccino? E magari la crema?!

Tristanzuole banalotte trite e ritrite. 

E senza brodo random.

alta cucina, astenersi perditempo

16 Mag

Non mi dite niente.

Facciamo finta di niente e proviamo a ricominciare.

E lo facciamo alla grande, con una ricetta adesca che… insomma, eh, preparatevi, perché ci vuole un certo impegno, non è mica da tutti.

Zuppa di carne in conserva

[sì, insomma, la carne in scatola. Quella che fa rima con emmental, o quella che fa rima con Rin Tin Tin. Problemi? Glielo contestate voi, l’ingrediente cardine, ad Aduccia? Prego]

 

Tra i molti modi di cui [di cui.] ci si può servire della carne conservata in scatoline (manzo uso militare) noi vi consigliamo il seguente che è davvero appetitosissimo [appetitosissimo, v’ho detto. Fidatevi, miscredenti, ché v’ho pure svoltato la cena, voi, che non sapete manco scaldare la pizza]

Le nostre lettrici [mie e tue, Ada? Che cara, ad includermi] provino e rimarranno contente [e se no chiamino il take away cinese, fattacci loro]. 

Per quattro persone mettete in una casseruola un litro scarso di acqua.

Aprite la scatola di carne conservata [Attenzione, questa è tosta; io, fossi in voi, cercherei un tutorial su youtube. Non vi conoscessi, inettone, che se non vi avessi detto di aprirla, la cuocevate con tutta la scatola, sta carne] e versate il contenuto nell’acqua, compreso anche quel po’ di brodo che avvolge la carne [sì, l’orrida gelatina. Pure quella] 

Aggiungete quattro o cinque panini o uno sfilatino piuttosto grossetto [riflettiamo: una scatola di carne quanto potrà contenerne? 150 grammi al massimo, inclusa la gelatina? Bene, mettiamo 150 gr di carne in un litro d’acqua con cinque panini o un filone; non facevamo prima a chiamarla “zuppa di pane”, Ada?] avvertendo [chi?] di rompere il pane in piccoli pezzi [ma no, mangiamo il filone intero ammollato] 

Fate levare il bollore [spostati, bollore!] e con un cucchiaio di legno mescolate di quando in quando in modo da disfare bene la carne e il pane.

Lasciate bollire per circa  un quarto d’ora finché la zuppa sia ben ristretta e ben saporita [mmmm, saporita! una scatoletta di carne in gelatina sepolta nel pane ammollato! mmmm!] 

Verificate allora se c’è bisogno di mettere un po’ di sale, in quanto che [in quanto che!!] la carne in scatola è già di per sé sufficientemente salata [sì tesoro, ma sta sempre in 1 kg di pane mollo] 

Aggiungete un bel pezzetto di burro [oooh, gaudio e tripudio, finalmente] e mescolate ancora affinché il burro si amalgami bene al pane [notate che la pora carne non la nomina manco più lei] 

Tirate indietro la casseruola [se no va nel burrone] e condite la zuppa con due o tre cucchiaiate di parmigiano grattato e, se credete [ci vuole Fede] completatela con un uovo intiero sbattuto leggermente, aggiunta che è utilissima [perché la zuppa di pane e vago aroma di carne in gelatina da sola se no fa schifissimo, lo so] ma non strettamente necessaria [tanto non lo sapete fare, l’uovo sbattuto da mettere nella zuppa, fatemi dare sto contentino…] 

Mescolate di nuovo affinché tutti gli elementi si fondano in un’unica nota profumata […] e promettente […ma non mantenente] e scodellate la zuppa.

Io ve lo dico.

Provateci, ma secondo me questa è un livello troppo alto di cucina, per voi.

 

se il buon giorno si vede dal mattino…

8 Gen

Il 31 dicembre, mentre preparavo la mia parte per il cenone con gli amici (nidi di patate duchessa, lenticchie e cotechino – fresco – croccante), mi sono sentita malissimo.

La famiglia è stata di supporto, eh, fischia, se è stata di supporto.

Mentre io abbracciavo il “dio di porcellana”, maritemu se ne stava col broncio a dirmi “tanto lo so che domani stai meglio, andiamo lo stesso, ci divertiremo”

e Mustela, dal canto suo, ha messo su un muso lungo sei metri e ha detto “dai, mamma, svegliati, io voglio andare alla festa!”

Poi alla fine avevano ragione loro, pur stando male mi sono goduta la compagnia degli amici, però…

Insomma, le premesse per il 2013 non erano granchè, e purtroppo l’inizio anno è stato davvero pessimo.

E allora cerco conforto in Ada. Apro il libro a caso, e chiedo: Ada, dimmelo, come sarà il 2013?

il vaticinio

[Benedettava] la raffinatezza degli uccellini

28 Dic

Oggi vi presento una ricetta del 1961, tratta dall’agenda per la casa della Cigno.

Una ricetta in cui Aduccia mostra tutta la sua raffinatezza.

Gli uccellini, cucina Ada, altro che. Eh. Raffinatezza. Boccuccia di Rosa. Guanti Bianchi.

Eh.

Oh.

(quasi quasi la presento a mia suocera: ha adottato incautamente una coppia di pappagallini ed ora se ne ritrova ventisei. Gente prolifica, i pappagallini)

Raffinato Intingolo

[Benedettava] un Natale Debosciato

24 Dic

Cari tutti

siamo tutti un po’ provati, in questo periodo; in particolare, io provengo da una nottata passata a dormire sul bracciolo di un divano letto da una piazza e mezza al fianco di una malaticcia (in effetti era un po’ che stava bene; che, ti vuoi fare un Natale tranquillo?!) che alterna colpi di tosse sibilante a una crisi d’astinenza degna della migliore Christiane F, in cui si invoca il ciuccio con fare disperato.

Diciamo che, in questo stato, l’idea di preparare un pranzo di Natale mi pare una difficoltà insormontabile; mica sono eroica come certune, io.

In soccorso di noi debosciate scriteriate chi arriva?!
Ma Ada, ovvio.
Aduccia Boni, nelle sue ricette per gente che ha fretta, sull’agenda per la casa della Cigno, anno 1948.

Gente che ha fretta, ma che mica sarà poi così debosciata da non saper presentare un cappone come si deve, no?

Consentitemi una nota seriosa.
Questa  è una ricetta del 1948,  l’Italia non se la passava certo alla grande.

Eppure guardate con che ottimistico piglio Aduccia ha farcito con qualsiasi cosa le capitasse a tiro il povero ignaro cappone.
Ecco, per questo Natale ci auguro di essere così.
Come Ada, non come il cappone.

Cappone Natalizio

lei non conosce la Sacher Torte?! Va be’, continuiamo così…

19 Dic

Non posto da oltre un mese, anzi diciamo che mi avvicino ai due mesi.

Non ci vuole proprio un superintuito per capire che c’è qualcosa che non va (anche se qualcuno è riuscito anche a non capirlo 🙂 ) – comunque, niente di salute, e famiglia ancora unita, quindi va tutto bene, ecco.

Ma il periodo non è eccelso per altri motivi, su cui non vi tedio. Questo è, invece, il post con cui voglio ringraziare alcune persone che in questo periodo sono tra quelle che mi fanno sorridere e mi so(u)pportano…

assicurando loro che, dentro, ho ancora un pulsante cuore di sugna.

E cosa meglio, per tirarlo fuori e tirarsi su che del sano

CIOCCOLATO?

Anzi, no, non del mero cioccolato. Il non plus ultra, l’apoteosi del cioccolato

Torta di cioccolato alla viennese

Una ricetta… da paura

3 Nov

Halloween è passato da poco… e comunque il clima novembrino ben si presta alle ricette dell’orrore…

e io me la immagino, Aduccia, col sorriso glaciale da Nonnina Omicidi, il grembiulino da cucina candido, col bordino in sangallo inamidato, e in mano un grosso coltellaccio trasudante

sangue e cacca di pollo.

Yum Yum.

Budelline di pollo alla romana

I pollivendoli romani hanno spesso in mostra monticelli di budelline di pollame e generalmente queste budelline sono già aperte e nettate  [che disdetta essere nata nell’epoca sbagliata. Mannaggia. Mi perdo sta visione]

Se così non fosse converrà aprirle e nettarle accuratamente [dici, Ada? Ma no… quel saporuccio rustico… quel curioso ripieno biancastro… mmm]

Giova tenere presente che siccome queste budelline si riducono assai cuocendo, bisogna prenderne in abbondanza [tirchione che lesinate sugli intestini avicoli] calcolandone trecento o quattrocento grammi a persona.

Dopo aver ben nettato le budelline [se continuo a chiamarle col diminutivo forse vi faranno meno schifo] lavatele in più acque [frizzante, liscia, effervescente naturale…] stropicciandole bene tra le mani [e piantatela di far le schifiltose, pusillanimi femminucce!] in modo che risultino bianchissime [e siccome anche il contenuto è bianco, è facile confondersi]

Lasciatele sgocciolare e poi mettetele in una casseruola ricoprendole di acqua. L’acqua deve sopravanzare di circa un centimetro [però la casseruola ha un buco che perde un decilitro d’acqua ogni venti minuti. Dica il candidato… ah no, quello era un altro libro]

Condite con sale, un pochino di cipolla, un pezzettino di sedano e di carota gialla e un po’ di prezzemolo.

Coprite la casseruola [così che chi avesse a passare in cucina non vomiti istantaneamente] e lasciate bollire pian piano fino a che l’acqua sia quasi del tutto evaporata.

Mettete adesso in un’altra casseruola un pezzo di burro [ooh, finalmente, si ragiona] con delle fettine di prosciutto grasso e magro [quello magro lo mettiamo per zittire le solite blogger salutiste] tagliate in listelline e un pochino di cipolla tagliata finissima.

Fate rosolare la cipolla a color d’oro e poi, dopo aver tolto le erbe alle budelline lessate [eh sì, già vi sento… “ma come, tolgo le erbe?! Io volevo mangiare solo quelle…”] travasatele nella nuova casseruola mettendo anche quel po’ di brodo che sarà rimasto dalla cottura [il brodo è imprescindibile, per Ada. Si sa]

Fate insaporire, aggiungete qualche cucchiaiata di salsa di pomodoro o meglio di sugo d’umido [la solita muffa] e lasciate finir di cuocere fino a completa cottura [tautologia unica via] aggiungendo, se fosse necessario, qualche altra cucchiaiata d’acqua.

Ultimatee con un pizzico di pepe e mandatele in tavola [da sole. Voi scappate] facendo servire insieme del parmigiano grattato.

Chè almeno i commensali mangeranno il parmigiano.

ps: si potrà opinare che, in fondo, questa altro  non è che una “pajata” di pollo. Ma, a parte che a me non piace nemmeno la pajata di vitello, c’è da dire che, in quella, ci si possa illudere di star mangiando strani anelli gommosi eppur croccanti farciti di una gradevolissima crema al latte.
Qua, la crema non credo sia altrettanto piacevole.